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lunedì 18 maggio 2020

Drinking down-under, storia di una birra all'australiana

Birra e ostriche ad Elisabeth Quay
Ogni volta sempre il solito dilemma: "cosa facciamo a capodanno?". Ecco, per questa volta almeno il "dove" era ben chiaro nella mia mente: non solo volevo tornare ad essere tra i primi a festeggiare l'arrivo del nuovo anno ma volevo anche tornare a farlo in piena estate! Non ci vuole molto a capire (se avete letto il titolo, ancora meno) che ho voluto finire il 2019 ed iniziare il 2020 in Australia.

Per la precisione la meta finale è stata Perth, la capitale dell'Australia Occidentale, affacciata sull'Oceano Indiano e costantemente sferzata da una brezza che ci ha creduto a volte troppo.
Ero già stato tra i canguri un paio di anni prima ma sulla costa opposta e ci sono tornato intenzionato ad assaggiare, anche questa volta, quante più birre possibile. Questo lavoro infatti non è difficile e se poi si pensa che le birre australiane sono buone tutte, anche quelle con pessima reputazione, allora bere è un piacere che non puoi proprio negarti.

Cena fugace con granchi fritti
e ostriche ad Hillarys Harbour
Al mio ritorno in Italia, preso dalla nostalgia del viaggiatore, mi sono messo a studiare una ricettina per ricreare una birra che mi facesse tornare con la mente in riva al fiume Swan mentre mi sfondo di ostriche immerso in una pinta luppolosa. Ecco, il luppolo... È qui che mi sarei giocato tutto! Non volevo infatti fare la classica ale che oramai si trova in tutte le salse. Nella mia mente si era infilata l'idea di replicare una delle pils bevute sul lungomare di Scarborough: a quanto ho potuto assaggiare, la maggiorparte delle craftbrewery e dei brewpub della zona sta vivendo un'importante fase "a bassa fermentazione" con prodotti sorprendenti dal punto di vista organolettico e abbastanza distanti dalle lager monocorde a cui siamo abituati qui in Europa. Inoltre molte di queste birre sono luppolate con varietà autoctone che conferiscono aromi molto particolari e delicati nonostante i lunghi tempi di produzione (tra fermentazione e lagerizzazione ci vuole almeno il doppio del tempo rispetto una birra ad alta fermentazione): la mia sfida era proprio questa, ritrovare i profumi intensi di luppolo dopo tanto tempo senza rimpiangere l'effetto del dry hopping tipico delle APA/IPA.

Degustazione in un brewpub
nel centro di Perth
Il grist è molto semplice, ho fatto un blend di 2 diversi malti pils molto chiari mentre come lievito ho usato il classico Saflager S-23 perché volevo delle belle note fruttate per questa birra. La parte che mi ha portato via più tempo è stata la scelta dei luppoli e tra tutti alla fine ho selezionato il Pacific Gem (fruttato ma poco pungente nonostante l'elevata percentuale di aa, nato da un incrocio di un luppolo californiano da cui ha preso l'amarezza ed un classico inglese da cui ha ereditato la delicatezza) e il Pacifica (molto delicato e dalle note floreali ed agrumate tipiche dell'Hallertauer Mittlefrüh da cui questa varietà è stata ottenuta), due luppoli neozelandesi che però strizzano l'occhio al vecchio continente.

Alla vista questa birra si presenta di colore molto chiaro e paglierino, con una schiuma abbondante, bianca e compatta ma ciò che colpisce di più è la sua limpidezza (i giorni di quarantena forzata causa Covid hanno allungato la lagerizzazione di qualche settimana); al naso abbiamo un'esplosione di aromi su cui spicca la mora (anche se non ricorda i classici "frutti rossi") e il mango (aroma di frutta gialla più l'agrumato, probabilmente l'effetto "composta di arance" del Pacifica); dopo averla assaggiata si percepisce appena un dolce elegante, leggero, che ben accompagna gli aromi fruttati dati anche dagli esteri del lievito e che portano il finale verso il secco con una transizione più sfumata.



Per il nome mi sono fatto ispirare dal Wombat, un pigro marsupiale che vive in oceania e che viene usato come "paragone" per indicare qualcuno che, beatamente, si delizia a mangiare e bere vivendo con calma e spensieratezza. In etichetta, pertanto, l'ho voluto immaginare un po' bogan, una sorta di tamarro australiano, che beve una birra in una delle meravigliose spiagge di cui quest'isola è ricca. Anche questa volta l'etichetta è d'autore e ringrazio il buon Nicola Piracci e la sua mano sapiente ed allenata che ha saputo interpretare il mio pensiero in maniera magistrale.


venerdì 1 febbraio 2019

Kölsch con Wyeast 1007 German Ale immortale


Il rito della kölsch in una sola foto
L'uso del lievito liquido porta sempre qualche problema in più rispetto al secco, nonostante i risultati poi facciano esultare chiunque lo usi. Uno dei problemi maggiori è rappresentato dall'anzianità dello stesso: ogni mese che passa dal confezionamento la quantità di cellule vitali residue diminuisce notevolmente. Per questo motivo è quasi un obbligo effettuare uno o più starter prima di ottenere una quantità di cellule vive per una corretta fermentazione.
Selfie sotto il duomo di Colonia

La scorsa estate assieme al buon Davide abbiamo intrapreso il giro delle abbazie trappiste in Belgio; la prima tappa del nostro viaggio, però, è stata Colonia, in Germania, sede della storica birra kölsch. Nell'attesa della partenza dal nostro bus per Bruxelles ne abbiamo approfittato per berne quanto più possibile direttamente al birrificio Päffgen. Una birra a dir poco spettacolare, con il malto ben equilibrato dal floreale del luppolo ed una aromaticità tutta particolare. E questo è bastato affinché decidessi di fare anche io una kölsch al rientro in patria.

I primi due bicchieri....
Ma cosa è una kölsch? È la storica birra prodotta a Colonia e dintorni, fregiata dell'appellativo IGT; la sua produzione è regolamentata da un disciplinare creato tra i fabbricanti di birra della zona. Acqua, malto d'orzo e luppoli nobili sono i principali ingredienti, ma alcune versioni possono presentare una minima percentuale di frumento maltato; caratteristica comune risiede nella particolare fermentazione: viene impiegato un lievito da ale fatto lavorare come se fosse uno a bassa; dopo di ciò viene fatta lagerizzare per almeno un mese. Essa viene servita nel tipico bicchiere cilindrico (alto e stretto) da 0,2L chiamato stange ed i burberi (a quanto pare è tradizione) camerieri della birreria sono indaffarati nel sostituire continuamente i bicchieri vuoti, trasportando i pieni in un particolare vassoio che ricorda il caricatore di una pistola a tamburo (vedi foto ad inizio articolo). Tradizionalmente, la birra è spillata a caduta da enormi fusti. La carbonazione minima, il corpo leggero e il basso contenuto alcolico fanno sì che se ne possano bere litri senza sentirsi gonfi; l'unico modo per far smettere il ricambio dei bicchieri è posizionare un sottobicchiere sullo stange ed i camerieri capiranno che non si vuole più bere.
...e gli ultimi due!!

Dopo qualche mese di studio e di ricerca, ho finalmente buttato giù una ricetta; arrivato alla scelta del lievito da utilizzare, ecco che uno dei ceppi papabili era il Wyeast 1007 German Ale... Lievito che mi ricordava qualcosa: in effetti ne comprai una busta nel 2014 e da allora è sempre rimasta conservata nel frigorifero. Dopo 4 anni di vita, anche il più ottimista del calcolatori dava oramai per spacciato ogni singolo lievitino, così, per puro sfizio di prendere a schiaffi la busta (il metodo di attivazione è simpaticissimo) ho "attivato" il pacchetto. Dopo un paio di giorni è successo l'inaspettato: la busta ha iniziato a gonfiarsi sempre di più!! Avevo a che fare con un lievito highlander!!

Da notare la data del lievito e quella del giornale
A questo punto mi sono messo in gioco: estratto alla mano ho iniziato a fare starter successivi fino ad arrivare a riempire una dama da 5 litri. Qualcosa stava crescendo e dal profumo che si sentiva era proprio il lievito da kölsch. Appena raggiunto un quantitativo soddisfacente per la fermentazione, ho brassato la mia Acqua di Colonia personale.

Dopo 40 giorni di lagerizzazione e una bella maturazione in bottiglia, sono finalmente pronto per l'assaggio ufficiale: alla vista si presenta limpida, paglierina e con un bel cappello di schiuma bianca e compatta; al naso si percepiscono le note fresche ed erbacee del luppolo, sostenute dai profumi tipici dello stile che il lievito ha donato alla birra in fase di fermentazione; in seconda battuta si avverte il cereale che ritroviamo anche alla bevuta. Il gusto è asciutto e pulito, con un ingresso delicatamente amaro che lascia posto al gusto del malto pils tedesco usato in purezza per questa ricetta. Il finale lascia al palato il desiderio di berne ancora e la carbonazione leggera aiuta a rendere facile questa bevuta. 

Il nome che ho scelto è "Acqua di Colonia" perché per me il loro migliore uso dell'acqua è quello di trasformarla in birra e proprio su questo ho voluto giocare sull'immagine dell'etichetta in cui, al posto della bottiglietta di profumo, sulla mensolina del bagno vi è la bottiglia di birra con il vaporizzatore. Anche questa birra rientra nella serie "Etichette d'autore" e ringrazio Sara Conte per aver sviluppato in maniera magistrale la mia idea a riguardo.


mercoledì 1 marzo 2017

5 amici, una MILF e la sua birra

Quante cose possono succedere attorno ad una pinta di birra? Tra le tante vale la pena raccontarvi questa storia, nata dall'unione amorevole tra alcol e neuroni, e diventata squisita realtà.
Una lontana sera d'estate ero in centro a Lecce dal mio spacciatore di cervogia preferito assieme ad un gruppetto di amici di lunga data; erano gli ultimi giorni della loro permanenza in terra salentina prima di ritornare nei vari punti d'Italia dove vivono per lavorare. Ad un certo punto scatta la memorabilità: ricordando di una bevuta in quel di Londra, uno dei nostri ha tirato in ballo la visione estatica di una signora che ivi festeggiava i suoi primi 40 anni; dato che era molto piacente, nonchè vestita di nero, meritò quella sera l'appellativo (con approvazione anche del manager del locale che si era fermato con noi a bere) di MILF STOUT, giocando con il nome dello stile di birra che stavamo sorseggiando al momento: una milk stout.
A questo punto la scimmietta è partita a razzo (con la R) e abbiano iniziato a fantasticare su una nostra birra a tema. Lo stile della birra era abbastanza classico, mi ci sarei dedicato con calma a buttar giù la ricetta; ciò che in realtà è nato veramente quella sera è stato il disegno dell'etichetta.

Il tutto gioca sul fatto che le prime milk stout del '900, come suggerisce il nome, erano brassate aggiungendo del latte tra gli ingredienti. Questo aumentava il valore nutrizionale della birra tanto che essa veniva commerciata come tonico rinvigorente per gli ammalati o veniva data da bere alle puerpere per stimolare la lattazione. Attualmente al posto del latte si usa aggiungere il lattosio, lo zucchero che naturalmente si trova in esso. Per questo motivo le nostre menti contorte hanno partorito l'immagine di una donna che versa, in una pinta di stout, del latte sgorgante dal proprio seno. Immagine che ha preso vita dalle sapienti mani dell'autrice, Aurora, che ringraziamo con viva e vibrante soddisfazione. 

La ricetta è piuttosto semplice, basata sulla mia stout classica a cui ho dato una drastica modifica al malto base (qui i puristi storceranno il naso) lasciando il pale solo in piccola percentuale. Questa scelta ha portato ad avere al naso un'evidente componente mielosa che va a mitigare le note tostate e torrefatte che si sprigionano all'aroma. Nel bicchiere si presenta di un bruno intenso ed è sormontata da una bella schiuma pannosa color nocciola. Al primo sorso si sente sulla lingua il leggero dolce del lattosio, subito però spazzato via dalla luppolatura; il caffè si sente ma non è predominante e l'erbaceo rende ogni sorso fresco e invitante. Gli abbinamenti consigliati sono i classici (cioccolato e dolci al cacao) ma devo dire che anche sui dolci agli agrumi si comporta egregiamente: esalta il gusto di arance e mandarini e sembra di passeggiare tra le rigogliose fronde di un agrumeto. E se volete un dolce fuori dal coro, è perfetta il birramisù!

venerdì 20 marzo 2015

Nuovo anno, nuovo stile

Nella mia ricerca brassicola non potevo non imbattermi in uno stile nuovo(?) e sicuramente controverso che, oltreoceano, sta fomentando polveroni tra addetti ai lavori e semplici appassionati. Ci troviamo difronte ad una birra con caratteristiche che non rientrano in alcuna categoria ben definita (o meglio, non ancora) e ciò ha portato ad una confusione anche nel nome che le viene attribuito. Proprio su quest'ultimo punto vi è la diatriba principale: Black IPA o Cascadian dark ale? Il mondo della birra si divide in due:

- pro Black IPA: sostengono come il nome sia efficace nel dare idea di cosa ha davanti il consumatore, rigettando le accuse mosse sul fatto che non abbia senso il trovare i due aggettivi "black" e "pale" nella stessa frase poichè oramai il termine IPA è oltre il suo significato letterale ed indica solo una birra generosamente luppolata; inoltre, per loro, la definizione "Cascadian dark ale" è troppo riduttiva e confina la tipologia ad una regione geografica ristretta e che non si sa nemmeno se corrisponda alla regione di origine dello stile;

- pro CDA: vogliono distaccarsi dall'abusata sigla IPA dato che questa tipologia è molto più di una semplice IPA e, oltre alle antitesi semantiche del nome, gli ingredienti utilizzati hanno le caratteristiche di origine della costa nord-occidentale dell'America settentrionale (agrumato, resinoso e di pino); infine, i primi pionieri dello stile provenivano dalla Cascadia (di cui parlerò dopo).

Beh, se tanto difficile viene stabilire cosa è, forse è meglio iniziare a dire cosa non è! Essa appare dal colore "nero" ma non si tratta di una stout più luppolata o di una porter: queste ultime infatti hanno un finale più prominente (e non semi-secco) e l'astringenza dei malti tostati è caratteristica essenziale che invece si cerca di non portarsi dietro nelle CDA/black IPA (a tal proposito si usa una tecnica particolare di infusione fredda). Inoltre, le note di tostato e cioccolato armonizzano bene con il tocco resinoso/agrumato dei luppoli del north-western dando qualcosa che, se assaggiata ad occhi bendati, non fa per nulla pensare a nessuno stile di riferimento.
Concludendo, anche se ritengo molto efficace la scelta di chiamarla "Black IPA" perchè immagini cosa stai per bere, per la mia birra ho deciso di affidarmi alla seconda denominazione, sia perchè ho utilizzato, come componenti caratterizzanti, luppoli e lieviti della costa ovest, sia perchè mi piace l'idea di territorialità della Cascadia, sia per evitare di abusare una volta di più del termine India Pale Ale. E per mettere un punto fermo alla diatriba, parafrasando il Bardo d'Inghilterra, con qualsiasi nome vogliate chiamare una rosa, il suo profumo sarà sempre lo stesso... Non concordate con me?

Nel bicchiere si presenta con una bella schiuma pannosa e persistente, con leggere nuances color nocciola; al naso ciò che colpisce è la quasi assenza di note tostate e un'intensa aromaticità, data dagli abbondanti luppoli (per essere precisi, un fottìo) usati in dry hopping, che va a richiamare note agrumate e resinose. Alla bevuta la percezione dell'amaro la fa da padrona (sono 90 IBU), lasciando una chiusura pulita a cui seguono delle reminiscenze di torrefatto e cacao.

Per l'elaborazione dell'etichetta mi sono ispirato alla bandiera della Cascadia. Innanzitutto, la Cascadia è una bioregione del nord ovest americano che da diversi anni è sotto i riflettori delle scene politiche in quanto un folto gruppo di sostenitori è in cerca di proclamarne l'istituzione a stato indipendente. La bandiera proposta (chiamata confidenzialmente "Doug flag") raffigura un abete (fir) del Douglas, conosciuto anche come "pino dell'Oregon", che rappresenta la sfida, la resistenza e la resilienza su uno sfondo a righe orizzontali di tre colori: il blu, in alto, rappresenta il cielo, l'oceano Pacifico e le acque interne; il bianco, centrale, rappresenta le nuvole e la neve; il verde, in basso, rappresenta i campi e le foreste di sempreverdi. 

mercoledì 20 novembre 2013

Un ponte tra due mondi...

Il vecchio ed il nuovo continente. Costruire un ponte per unirli è impresa titanica ed impossibile ma possiamo noi nelle nostre cose di tutti i giorni fare in modo che le distanze si annullino. E come ho fatto io? Semplice, con una birra!! Ma non una birra qualsiasi, ma una birra che riunisca in se le caratteristiche delle nazioni brassicole più famose di Europa e America... Una birra TRANSATLANTICA!! (sperando non faccia la fine del Titanic...)

Questa birra è nata un po' per necessità, un po' per gioco, ed è diventata poi una sfida intrigante... Perchè? Semplice, in questa produzione avrei sperimentato la famosa "luppolatura continua" ossia una gittata di luppolo per ogni minuto di bollitura del mosto. Da questo particolare non ci vuole molto ad intuire che lo stile scelto è quello delle Indian Pale Ale...
Ma ora, perchè la definisco Transatlantica? Semplice, come ho detto prima ho usato malti e luppoli tipici delle nazioni che hanno fatto della birra un loro prodotto di punta. Se siete dei puristi troppo ligi al BJCP vi consiglio di sedervi o di non continuare a leggere; io seguo molto la guida, ma in questo caso ho dovuto fare un atto "sovversivo"! I malti base vengono dal Belgio ma portano il nome Pilsner, che subito ci fa venire in mente la Repubblica Ceca; nei malti speciali troviamo il profumo caramellato del Crystal inglese, del Carapils e del Caramonaco tedeschi. Ma è nei luppoli che si ha l'apoteosi del melting pot brassicolo: l'EKG è stato scelto sia per la luppolatura continua che per il dry hopping ed insieme a lui l'Inghilterra è rappresentata anche dal Fuggle e dal Challenger; rimanendo nel vecchio continente, ritroviamo la Germania con il nobile Hallertauer... E l'America dove sta, direte voi? Eccola, con i profumati e agrumati Chinook, Cascade e Apollo, nonchè con il lievito US-05!!
Un vero e proprio pot-pourri di sapori e profumi che, sapientemente amalgamati e miscelati (ecco la grande sfida), rende questa birra unica nel suo genere e particolarmente apprezzata da chi vuole un tocco di stravaganza ed originalità, senza però andare troppo lontano dai sapori a cui siamo stati abituati...

Ma torniamo a noi... Nel mentre che aspettavo la sua maturazione, mi sono divertito, assieme all'amico Tonino, a realizzare una bella etichetta.
Le proposte per l'immagine di base erano tre: una legata al concetto di "ponte" (ma oramai troppo banale col ponte di Brooklyn fin troppo visto e rivisto), una che si rifà al concetto di "vecchio e nuovo" ed una legata alla mitologia.
La scelta è ricaduta su quest'ultima: "Trattandosi di "transatlantismo" e di impresa titanica ho una figura mitologica a portata di mano: Atlante... un titano! Uno scatto eseguito ai piedi della famosa statua simbolo del Rockefeller Center a NY." (Tonino P., dal libro "Porca miseria ho scordato il flash" - Cataratta Editore).
E come dargli torto? La foto ritrae possente questo titano che su di se sorregge il mondo; un personaggio forte come il gusto di questa birra, invidiato dagli uomini e desiderato dalle donne (e ha già fatto colpo su chi in anteprima ha visto la foto...). Inoltre come non sceglierlo sapendo anche di chi è figlio? Il padre è Giapeto (che in greco significa "il perforatore"), progenitore della specie umana, e la madre Climene (o Clito, secondo quel guascone di Platone) la quale rappresenta l'acqua, ingrediente principale di ogni birra.
E così come il frutto non cade lontano dall'albero (a meno che non si tratti di un melone) il nome scelto per questa birra è Atlas (decidete voi se pronunciarlo alla francese o meno).

Infine, prima di passare alla degustazione, spendo due parole sulla frase che accompagna l'etichetta: l'ho scelta perchè ben incarna lo spirito con cui questa birra è nata, ossia quello di avventurarsi in uno stile classico con "nuovi occhi", senza dover andare troppo lontano per scoprire nuove cose.

Nel bicchiere si presenta con una bella schiuma tendente al nocciola e di un limpido colore mogano. Al naso si avvertono note di lodi maturi e fiori di pompelmo, oltre ad una base di tostato. Al sapore l'amaro è molto ben bilanciato dai malti che riportano alla mente il gusto dela crosta di pane, della noce ed un effimero accenno di carruba; il sapore biscottato cede il passo, a fine bevuta, ad un amaro fresco e pulito che rimane in tutta la bocca senza però essere aggressivo.




mercoledì 5 dicembre 2012

ETICHETTE DA COLLEZIONE - VINTAGE

Natale è alle porte e cosa c'è di meglio che fare e farsi un bel regalo? E tanto più che questo regalo riguardi la birra?
Fatte queste premesse ecco che da un'idea è nata la nuova collezione vintage per la nostra adorata Amirya!!!
Lo stile di riferimento è quello delle pin-up, ciò che più rende l'idea di una "bionda americana"; il buon amico Antonio, alias Jigen_Daisuke,  (che ringrazio calorosamente) mi ha dato così la base su cui poi l'estro creativo ha posto le radici!!
Breve escursus: con il termine di pin-up (termine di lingua inglese traducibile con da appendere) si indicano generalmente le ragazze - solitamente procaci, ammiccanti e sorridenti - fotografate in costume da bagno le cui immagini, durante il secondo conflitto mondiale, iniziarono a diffondersi su molte riviste settimanali degli Stati Uniti.
Partendo da questa simpatica idea, grazie anche all'aiuto del mio socio in bevute Andrea, abbiamo fatto partire una serie di ricerche per trovare le migliori pin-up da usare per l'etichetta... E perchè fermarci ad una sola?! Il numero perfetto, secondo Dante, è il 3 e per questo si è deciso di proporre un trittico. Anche perchè, come dice Andrea: "Regalando una sola bottiglia, ci si ni esse muzzi muzzi... ahahahah". Per la traduzione rivolgersi a Uicchipedia!
Il problema era ora quello di trovare una bella dedica per la nostra amata bionda! La prima è stata facile: Antonio l'aveva scritta per noi.... Per la seconda ci sono stati dei problemini... Ma li abbiamo superati. Per la terza, lasciamo stare!!
Parafrasi e analisi del testo: la caratteristica comune alle tre strofe mantiene quella sottile linea di allusione nel riferimento birra/donna/estate; la personificazione della birra nella donna permette all'autore di giocare sui temi della seduzione e dell'amore. L'ordine segue quello temporale della mescita e bevuta: dal primo approccio al boccale, all'osservazione del colore e l'analisi olfattiva; a questo segue l'assaggio, preludio a sensazioni di appagamento e risveglio dei sensi. Possiamo apprezzare la similitudine tra la spuma del mare e la schiuma fresca e compatta dell'Amirya. In conclusione si ha la sensazione di ebbrezza data dall'alcol che richiama alla sensazione di benessere dato dall'amore; finendo la birra si sente il desiderio di averne un'altra.
  1. l'attenzione cade subito ai sensi della vista e dell'olfatto, ci si innamora a primo acchitto dell'intrigante magia che questa bionda trasmette;
  2. inevitabilmente arriva il primo sorso e, come il primo bacio, non lo si può scordare... Diceva bene Celentano nel brano "Il tuo bacio è come un rock", questo approccio ti risveglia e ti da' un piacevole scossone;
  3. tutte le cose belle, prima o poi, finiscono ma il loro ricordo, rimane forte ed aumenta la bramosia di rivivere le sensazioni inebrianti della gioia provata!!
E dopo tanto parlare, ecco il risultato di ore di lavoro, stampato ed incollato sulle bottiglie!!


Se siete curiosi di scoprire cosa è scritto nelle etichette o volete avere questo fantastico trittico da collezione (come regalo per voi o per i vostri amici), vi invito a casa mia!! - fino ad esaurimento scorte -

martedì 3 luglio 2012

Zenzero e birra...

Spesso e volentieri mi reco al mio negozietto di cibi etnici per prendere le numerose spezie che oramai mamma ha imparato ad usare in cucina e, così per cambiare un pò, ho preso una radice di zenzero... O meglio 2!! Una per il pollo e il pesce, l'altra perchè mi era venuta la malsana idea di fare una birretta con questo ingrediente...
Il tutto si è realizzato sabato scorso quando, non avendo granchè da fare (seee, vorrei credermi!! più che altro ero entrato in crisi di astinenza da brassaggio....) mi sono deciso di mettermi all'oprera!!
Avevo delle piccole rimanenze tra estratto e grani e giacchè ho fatto un pò di pulizia nella "dispensa"... La ricetta è stata molto "easy" sia negli ingredienti, sia proprio perchè fatta in allegra scioltezza, sapendo che comunque sarebbero stati solo 9 litri e che COMUNQUE tra me e gli amici che non si fanno problemi con le birre strane, sarebbero andati via in un baleno...
Dunque, per non farla troppo lunga, ho buttato giù la ricettina base e non era male: sarebbe risultata una birretta leggera, aromaticissima e dissetante, proprio per l'estate! Solo che non avevo considerato delle aggiunte all'ultimo momento che hanno fatto sì che diventasse una birra da OG di 1057!!!! Alla faccia della leggerezza (oggi farò il travaso, a 28 °C siamo arrivati già a 1010....).
Dapprima ho messo in infusione del carapils (erano rimasti giusto 100g) e intanto ho recuperato dalla tanica il chilo e cento di estratto X-light, lavando l'interno con acqua calda (messa nell'infusione). Questa tanica il giorno dopo era già lavata e piena di terra: mamma recupera le mie buatte per fare l'orticello sul terrazzo!!
Finita l'infusione ed il lavaggio, inizio la bollitura: solo 30 minuti, tanto con Chinook (12%) e Cascade (7%) in pellet raggiungo una IBU adeguata con pochi grammi... e poi fa caldo, in cucina sarei morto!! E qui si consuma il dramma: avevo un vecchissimo vasetto di miele millefiori oramai dimenticato e decido di usarlo tutto... è finita che ne erano poco più di 400g!!!
Poi ho sbucciato e tritato finemente un'intera radice di zenzero: l'aroma del citronellolo ha invaso e pervaso tutta la casa e quando l'ho messo a bollire è stato un tripudio odoroso!! Il lievito che ho usato è stata una mezza bustina (avanzo anch'essa) di T-58.
Perchè lo zenzero? Beh, ha proprietà stimolanti la digestione, la circolazione periferica è un antiossidante, e si ritiene tradizionalmente contribuisca alla conservazione ed all'esaltazione dei sapori delle pietanze cui è solitamente associato. Senza parlare poi dell'aroma meraviglioso che ha... Ed in una bevanda estiva, magari dopo pasto, è proprio ciò che ci vuole!! PROST!!