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lunedì 18 maggio 2020

Drinking down-under, storia di una birra all'australiana

Birra e ostriche ad Elisabeth Quay
Ogni volta sempre il solito dilemma: "cosa facciamo a capodanno?". Ecco, per questa volta almeno il "dove" era ben chiaro nella mia mente: non solo volevo tornare ad essere tra i primi a festeggiare l'arrivo del nuovo anno ma volevo anche tornare a farlo in piena estate! Non ci vuole molto a capire (se avete letto il titolo, ancora meno) che ho voluto finire il 2019 ed iniziare il 2020 in Australia.

Per la precisione la meta finale è stata Perth, la capitale dell'Australia Occidentale, affacciata sull'Oceano Indiano e costantemente sferzata da una brezza che ci ha creduto a volte troppo.
Ero già stato tra i canguri un paio di anni prima ma sulla costa opposta e ci sono tornato intenzionato ad assaggiare, anche questa volta, quante più birre possibile. Questo lavoro infatti non è difficile e se poi si pensa che le birre australiane sono buone tutte, anche quelle con pessima reputazione, allora bere è un piacere che non puoi proprio negarti.

Cena fugace con granchi fritti
e ostriche ad Hillarys Harbour
Al mio ritorno in Italia, preso dalla nostalgia del viaggiatore, mi sono messo a studiare una ricettina per ricreare una birra che mi facesse tornare con la mente in riva al fiume Swan mentre mi sfondo di ostriche immerso in una pinta luppolosa. Ecco, il luppolo... È qui che mi sarei giocato tutto! Non volevo infatti fare la classica ale che oramai si trova in tutte le salse. Nella mia mente si era infilata l'idea di replicare una delle pils bevute sul lungomare di Scarborough: a quanto ho potuto assaggiare, la maggiorparte delle craftbrewery e dei brewpub della zona sta vivendo un'importante fase "a bassa fermentazione" con prodotti sorprendenti dal punto di vista organolettico e abbastanza distanti dalle lager monocorde a cui siamo abituati qui in Europa. Inoltre molte di queste birre sono luppolate con varietà autoctone che conferiscono aromi molto particolari e delicati nonostante i lunghi tempi di produzione (tra fermentazione e lagerizzazione ci vuole almeno il doppio del tempo rispetto una birra ad alta fermentazione): la mia sfida era proprio questa, ritrovare i profumi intensi di luppolo dopo tanto tempo senza rimpiangere l'effetto del dry hopping tipico delle APA/IPA.

Degustazione in un brewpub
nel centro di Perth
Il grist è molto semplice, ho fatto un blend di 2 diversi malti pils molto chiari mentre come lievito ho usato il classico Saflager S-23 perché volevo delle belle note fruttate per questa birra. La parte che mi ha portato via più tempo è stata la scelta dei luppoli e tra tutti alla fine ho selezionato il Pacific Gem (fruttato ma poco pungente nonostante l'elevata percentuale di aa, nato da un incrocio di un luppolo californiano da cui ha preso l'amarezza ed un classico inglese da cui ha ereditato la delicatezza) e il Pacifica (molto delicato e dalle note floreali ed agrumate tipiche dell'Hallertauer Mittlefrüh da cui questa varietà è stata ottenuta), due luppoli neozelandesi che però strizzano l'occhio al vecchio continente.

Alla vista questa birra si presenta di colore molto chiaro e paglierino, con una schiuma abbondante, bianca e compatta ma ciò che colpisce di più è la sua limpidezza (i giorni di quarantena forzata causa Covid hanno allungato la lagerizzazione di qualche settimana); al naso abbiamo un'esplosione di aromi su cui spicca la mora (anche se non ricorda i classici "frutti rossi") e il mango (aroma di frutta gialla più l'agrumato, probabilmente l'effetto "composta di arance" del Pacifica); dopo averla assaggiata si percepisce appena un dolce elegante, leggero, che ben accompagna gli aromi fruttati dati anche dagli esteri del lievito e che portano il finale verso il secco con una transizione più sfumata.



Per il nome mi sono fatto ispirare dal Wombat, un pigro marsupiale che vive in oceania e che viene usato come "paragone" per indicare qualcuno che, beatamente, si delizia a mangiare e bere vivendo con calma e spensieratezza. In etichetta, pertanto, l'ho voluto immaginare un po' bogan, una sorta di tamarro australiano, che beve una birra in una delle meravigliose spiagge di cui quest'isola è ricca. Anche questa volta l'etichetta è d'autore e ringrazio il buon Nicola Piracci e la sua mano sapiente ed allenata che ha saputo interpretare il mio pensiero in maniera magistrale.


venerdì 1 febbraio 2019

Kölsch con Wyeast 1007 German Ale immortale


Il rito della kölsch in una sola foto
L'uso del lievito liquido porta sempre qualche problema in più rispetto al secco, nonostante i risultati poi facciano esultare chiunque lo usi. Uno dei problemi maggiori è rappresentato dall'anzianità dello stesso: ogni mese che passa dal confezionamento la quantità di cellule vitali residue diminuisce notevolmente. Per questo motivo è quasi un obbligo effettuare uno o più starter prima di ottenere una quantità di cellule vive per una corretta fermentazione.
Selfie sotto il duomo di Colonia

La scorsa estate assieme al buon Davide abbiamo intrapreso il giro delle abbazie trappiste in Belgio; la prima tappa del nostro viaggio, però, è stata Colonia, in Germania, sede della storica birra kölsch. Nell'attesa della partenza dal nostro bus per Bruxelles ne abbiamo approfittato per berne quanto più possibile direttamente al birrificio Päffgen. Una birra a dir poco spettacolare, con il malto ben equilibrato dal floreale del luppolo ed una aromaticità tutta particolare. E questo è bastato affinché decidessi di fare anche io una kölsch al rientro in patria.

I primi due bicchieri....
Ma cosa è una kölsch? È la storica birra prodotta a Colonia e dintorni, fregiata dell'appellativo IGT; la sua produzione è regolamentata da un disciplinare creato tra i fabbricanti di birra della zona. Acqua, malto d'orzo e luppoli nobili sono i principali ingredienti, ma alcune versioni possono presentare una minima percentuale di frumento maltato; caratteristica comune risiede nella particolare fermentazione: viene impiegato un lievito da ale fatto lavorare come se fosse uno a bassa; dopo di ciò viene fatta lagerizzare per almeno un mese. Essa viene servita nel tipico bicchiere cilindrico (alto e stretto) da 0,2L chiamato stange ed i burberi (a quanto pare è tradizione) camerieri della birreria sono indaffarati nel sostituire continuamente i bicchieri vuoti, trasportando i pieni in un particolare vassoio che ricorda il caricatore di una pistola a tamburo (vedi foto ad inizio articolo). Tradizionalmente, la birra è spillata a caduta da enormi fusti. La carbonazione minima, il corpo leggero e il basso contenuto alcolico fanno sì che se ne possano bere litri senza sentirsi gonfi; l'unico modo per far smettere il ricambio dei bicchieri è posizionare un sottobicchiere sullo stange ed i camerieri capiranno che non si vuole più bere.
...e gli ultimi due!!

Dopo qualche mese di studio e di ricerca, ho finalmente buttato giù una ricetta; arrivato alla scelta del lievito da utilizzare, ecco che uno dei ceppi papabili era il Wyeast 1007 German Ale... Lievito che mi ricordava qualcosa: in effetti ne comprai una busta nel 2014 e da allora è sempre rimasta conservata nel frigorifero. Dopo 4 anni di vita, anche il più ottimista del calcolatori dava oramai per spacciato ogni singolo lievitino, così, per puro sfizio di prendere a schiaffi la busta (il metodo di attivazione è simpaticissimo) ho "attivato" il pacchetto. Dopo un paio di giorni è successo l'inaspettato: la busta ha iniziato a gonfiarsi sempre di più!! Avevo a che fare con un lievito highlander!!

Da notare la data del lievito e quella del giornale
A questo punto mi sono messo in gioco: estratto alla mano ho iniziato a fare starter successivi fino ad arrivare a riempire una dama da 5 litri. Qualcosa stava crescendo e dal profumo che si sentiva era proprio il lievito da kölsch. Appena raggiunto un quantitativo soddisfacente per la fermentazione, ho brassato la mia Acqua di Colonia personale.

Dopo 40 giorni di lagerizzazione e una bella maturazione in bottiglia, sono finalmente pronto per l'assaggio ufficiale: alla vista si presenta limpida, paglierina e con un bel cappello di schiuma bianca e compatta; al naso si percepiscono le note fresche ed erbacee del luppolo, sostenute dai profumi tipici dello stile che il lievito ha donato alla birra in fase di fermentazione; in seconda battuta si avverte il cereale che ritroviamo anche alla bevuta. Il gusto è asciutto e pulito, con un ingresso delicatamente amaro che lascia posto al gusto del malto pils tedesco usato in purezza per questa ricetta. Il finale lascia al palato il desiderio di berne ancora e la carbonazione leggera aiuta a rendere facile questa bevuta. 

Il nome che ho scelto è "Acqua di Colonia" perché per me il loro migliore uso dell'acqua è quello di trasformarla in birra e proprio su questo ho voluto giocare sull'immagine dell'etichetta in cui, al posto della bottiglietta di profumo, sulla mensolina del bagno vi è la bottiglia di birra con il vaporizzatore. Anche questa birra rientra nella serie "Etichette d'autore" e ringrazio Sara Conte per aver sviluppato in maniera magistrale la mia idea a riguardo.