giovedì 6 gennaio 2022
English IPA: profumo di storia, ricordi di gioventù
mercoledì 7 aprile 2021
Aromi salentini: birra allo smirnio
Lo smirnio (o corinoli o sedano selvatico) è una pianta spontanea tipica dell'area mediterranea; la sua caratteristica risiede nell'aroma e nel gusto molto particolari. È decisamente difficile poter spiegare a chi non lo avesse mai provato quali profumi e sapori possiede. A me ricorda molto la mirra, la citronella, il finocchietto selvatico con un mix di balsamico e floreale: ogni volta che annuso un'infiorescenza si scatena nella mia memoria olfattiva un turbinio di ricordi che però difficilmente riesco ad abbinare.Questa pianta era apprezzata in cucina già ai tempi dei romani tuttavia io non ne conoscevo l'esistenza fino a qualche mesetto fa quando Lidia me ne portò un mazzetto da assaggiare. Nel suo giardino ne cresce a foreste e nel suo paese sono soliti consumarlo lesso oppure fritto. Il gusto è altrettanto caratteristico, scompaiono alcune delle fragranze descritte prima per far posto a dei sentori più erbacei ma nonostante tutto eleganti e morbidi.Proprio per queste caratteristiche peculiari dello smirnio, mi è stato proposto di renderlo un ingrediente caratterizzante per una delle mie birre ed io ho accettato la sfida. Per onorare tutte le sfumature che tale piante offre, ho deciso di fare una triplice infusione sia a freddo che a caldo; inoltre non ho tralasciato l'uso dei semi che già da soli donano un profumo incredibile.
Come caratteristiche per la birra ho scelto di restare sul neutro con una base di pils con un tocco di carared per accentuare la sfumatura di colore, ed una luppolatura ai minimi termini in cui ho usato il warrior, un luppolo americano che mi ricorda alcune delle nuance dello smirnio. Mi sono mantenuto basso in amaro dato che lo smirnio stesso lascia una nota amara ben decisa. Come lievito ho optato per un lievito kölsch che esalta le note speziate e floreali.
Alla vista si presenta di un bel colore ambrato, con sfumature rubino, e con una schiuma bianca abbondante e compatta. Al naso emergono le dolci note floreali e fruttate di questo ingrediente magico, con ricordi di frutta gialla, di zenzero e citronella; al gusto gli aromi vengono confermati ed amplificati con un rimando al miele e ai fiori di zàgara mentre la bevuta rimane piacevole e mai stucchevole.
Il nome che ho scelto per questa birra è Zivirnia che è uno dei nomi usati nel Salento per indicare lo smirnio.
martedì 8 dicembre 2020
Una birra "de finibus terrae"
La natura delle sue coste la rende particolarmente ricca di strutture naturali meravigliose quali grotte (tra cui ricordiamo la grotta del Diavolo, quelle del Drago e grotta Porcinara) e insenature dove, specie in estate, una moltitudine di gente va a rinfrescarsi e magari pescare qualche buon riccio di mare da assaporare con gli amici sorseggiando una buona birra.
| Vista aerea della Grotta Porcinara |
Da secoli gli abitanti dei dintorni, e non solo, sono stati attratti da questi paesaggi incantevoli e a tratti incantati e, si sa, la fantasia popolare ha fatto nascere tante leggende per rendere ancora più magica la bellezza che la natura ci ha offerto. Una di queste leggende racconta infatti l'origine della cittadina di Leuca e di due delle punte più famose e ammirate anche ai nostri giorni. Scommetto che forse non la conoscete ed ora ve la racconto io.
I protagonisti di questa storia sono una sirena e due giovani innamorati. Si, lo so, vi ricorda l'inizio di altre leggende marittime ma alla fine tutto il mondo è paese.
Allora, dicevamo... C'era una volta una sirena chiamata Leucasia il cui nome deriva dal termine greco che indica il bianco, nonchè la schiuma del mare; era molto bella, dalla pelle bianca e dalla spumeggiante chioma bionda (chissà quanto spendeva di crema solare); non è propriamente la tipica bellezza mediterranea che potremmo aspettarci ma probabilmente la madre era una turista tedesca.
Durante una delle sue nuotate mattutine notò un giovane pastore di nome Melisso che era sceso al mare per rinfrescarsi un po'.
| La bianca schiuma che lambisce il Molo degli Inglesi |
Melisso era un ragazzo solare, sempre allegro, salutava tutti ed era anche molto bello, ma così bello che Leucasia se ne invaghì perdutamente. Allora, per poterlo conquistare, iniziò a fare ciò che le sirene fanno in questi casi: intonare una melodia ammaliante per poterlo attirare a se. Questo canto però non sortì alcun effetto sul giovane poiché, per quanto possa essere bella una sirena almeno dall'ombelico in su, il giovane era già perdutamente innamorato di una fanciulla di nome Aristola. A Leucasia questa storia non scendeva proprio e allora iniziò a tormentarsi sempre più. Un giorno i due innamorati decisero di scendere in spiaggia per fare una passeggiata romantica; richiamata dalle risate dei giovani la sirena li vide ed invidiosa della loro felicità si arrabbiò facendo scatenare una violenta tempesta che li risucchiò nei flutti del mare annegandoli. E dato che Leucasia non era per nulla sadica e vendicativa, come ulteriore cattiveria, decise di separare i due corpi in due punti lontani della spiaggia in modo che non potessero mai più stare vicini.
Il fato volle che la dea Minerva era lì vicino a passeggiare tra gli ulivi a lei sacri e raccogliere qualche cicoria riesta da fare con le fave per pranzo quando, disturbata da questo trambusto, accorse a vedere la tristissima scena. Mossa a pietà verso i due giovani decise di donar loro l'immortalità tramutandoli in rocce che tutt'ora possiamo osservare: sono Punta Mèliso e Punta Ristola, una di fronte all'altra senza mai potersi toccare se non nell'abbraccio dell'insenatura che custodiscono. Si, lo so, poteva sforzarsi un poco di più la cara Minervina, ma ehi... Non le ho scritte io le leggende!
Ah, dimenticavo Leucasia; la povera sirenetta oramai calmatasi dall'ira funesta, dopo essersi resa conto del terribile gesto appena compiuto, colta dal rimorso pregò la dea Minerva di tramutare anche lei in pietra e divenne così la più bianca delle rocce, per l'appunto Leuca. Infatti posiamo ammirare, ai piedi della cascata monumentale, una scultura della sirena che silenziosamente fa da guardiana al porto.
Ma tutto questo cosa ha a che fare con la birra? Beh, presto detto... Un bel giorno Mario e Tina mi hanno chiesto di realizzare per loro ed i loro amici una birra da poter gustare in riva al mare (sine, non è stagione, ma il mare d'inverno ha il suo perché, sta pure nelle canzoni) e, nello studio per l'etichetta, tra le varie bellissime foto della costa di Leuca che mi ha inviato, ho voluto scegliere questa che rappresenta una scultura in pietra leccese, tipica del nostro Salento, posta proprio su punta Ristola e dedicare quindi la mia birra alla giovane fanciulla di cui ancora non conoscevo la leggenda.
| La scultura di Punta Ristola |
mercoledì 4 novembre 2020
Fermentazioni di famiglia (IGA)
Passarono gli anni ed ora che il nonno non c'è più, lo zio ha voluto ricominciare questa tradizione. Ha restaurato il vecchio torchio, lavato tutta l'attrezzatura e recuperato una mezza tonnellata di uve di negroamaro. Finalmente la vecchia cantina di casa è tornata ad ospitare il vino dopo che per un po' di anni le uniche fermentazioni in corso erano quelle delle mie birre.
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| Lo zio e mio padre intenti alla torchiatura |
Mi ricordo dunqe di avere un mezzo chilo di estratto di malto che comprai per fare uno starter e immediatamente butto giù 3,5 litri di birra base in E+G amaricandola con il resto di East Kent Golding che mi era avanzato dalla cotta del mattino. Nel frattempo recupero 1,5 litri di mosto di vino. E qui viene il dubbio fondamentale: come e quando lo aggiungo? Un pò per mancanza di lievito a disposizione (sarei dovuto tornare a casa a prenderlo), un pò per stanchezza dopo una giornata intera di fatica, ho optato per la scelta più facile ma anche più rischiosa: poiché il mosto era già in fermentazione con le bucce da 4 giorni (per la presa di colore) e quindi era già pieno di lieviti buoni attivi, l'ho mescolato direttamente nel fermentatore con il mosto della birra!!
La fermentazione è partita a razzo ed è andata spedita; ne seguivo l'evoluzione dato che avevo scelto di lavorare in una dama di vetro; il colore e il profumo mi facevano sognare... Al momento del travaso ho spostato in un fermentino con il rubinetto e poi ho dovuto abbandonare il tutto per partire a Peschici e iniziare l'anno scolastico, sperando che nella settimana prima di imbottigliare non prendesse il sopravvento qualche lievito selvaggio o qualche batterio indesiderato. Per fortuna è andato quasi tutto liscio e finalmente sono pronto per assaggiare questo esperimento!
Già allo stappo si liberano dalla bottiglia degli intensi profumi di frutti rossi; nel bicchiere appare di un colore a cavallo tra amarena e melograno con una schiuma persistente bianca, appena rosata. Al gusto la sensazione è molto particolare: sembra quasi di assaporare uno spumante ma con il luppolo che, ancora un po' timido, ti ricorda che in realtà è una birra; la frizzantezza poi lascia lo spazio alle tipiche note vinose con un retrogusto leggermente più dolce che ricorda il ribes. Forse avrei preferito un po' di corposità in più per richiamare quella tipica del negroamaro però nel complesso il risultato è molto buono e in questa versione ricorda molto uno spumantino leggero da bere come aperitivo.
In molti mi chiedono il significato del nome scelto per l'etichetta (Xatò), alcuni ipotizzano sia uno scimmiottare lo "Chateau qualcosa" di molti vini francesi, in realtà la verità la sappiamo solo in due...
lunedì 18 maggio 2020
Drinking down-under, storia di una birra all'australiana
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| Birra e ostriche ad Elisabeth Quay |
Per la precisione la meta finale è stata Perth, la capitale dell'Australia Occidentale, affacciata sull'Oceano Indiano e costantemente sferzata da una brezza che ci ha creduto a volte troppo.
Ero già stato tra i canguri un paio di anni prima ma sulla costa opposta e ci sono tornato intenzionato ad assaggiare, anche questa volta, quante più birre possibile. Questo lavoro infatti non è difficile e se poi si pensa che le birre australiane sono buone tutte, anche quelle con pessima reputazione, allora bere è un piacere che non puoi proprio negarti.
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| Degustazione in un brewpub nel centro di Perth |
Alla vista questa birra si presenta di colore molto chiaro e paglierino, con una schiuma abbondante, bianca e compatta ma ciò che colpisce di più è la sua limpidezza (i giorni di quarantena forzata causa Covid hanno allungato la lagerizzazione di qualche settimana); al naso abbiamo un'esplosione di aromi su cui spicca la mora (anche se non ricorda i classici "frutti rossi") e il mango (aroma di frutta gialla più l'agrumato, probabilmente l'effetto "composta di arance" del Pacifica); dopo averla assaggiata si percepisce appena un dolce elegante, leggero, che ben accompagna gli aromi fruttati dati anche dagli esteri del lievito e che portano il finale verso il secco con una transizione più sfumata.
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venerdì 1 febbraio 2019
Kölsch con Wyeast 1007 German Ale immortale
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| Il rito della kölsch in una sola foto |
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| Selfie sotto il duomo di Colonia |
La scorsa estate assieme al buon Davide abbiamo intrapreso il giro delle abbazie trappiste in Belgio; la prima tappa del nostro viaggio, però, è stata Colonia, in Germania, sede della storica birra kölsch. Nell'attesa della partenza dal nostro bus per Bruxelles ne abbiamo approfittato per berne quanto più possibile direttamente al birrificio Päffgen. Una birra a dir poco spettacolare, con il malto ben equilibrato dal floreale del luppolo ed una aromaticità tutta particolare. E questo è bastato affinché decidessi di fare anche io una kölsch al rientro in patria.
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| I primi due bicchieri.... |
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| ...e gli ultimi due!! |
Dopo qualche mese di studio e di ricerca, ho finalmente buttato giù una ricetta; arrivato alla scelta del lievito da utilizzare, ecco che uno dei ceppi papabili era il Wyeast 1007 German Ale... Lievito che mi ricordava qualcosa: in effetti ne comprai una busta nel 2014 e da allora è sempre rimasta conservata nel frigorifero. Dopo 4 anni di vita, anche il più ottimista del calcolatori dava oramai per spacciato ogni singolo lievitino, così, per puro sfizio di prendere a schiaffi la busta (il metodo di attivazione è simpaticissimo) ho "attivato" il pacchetto. Dopo un paio di giorni è successo l'inaspettato: la busta ha iniziato a gonfiarsi sempre di più!! Avevo a che fare con un lievito highlander!!
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| Da notare la data del lievito e quella del giornale |
Dopo 40 giorni di lagerizzazione e una bella maturazione in bottiglia, sono finalmente pronto per l'assaggio ufficiale: alla vista si presenta limpida, paglierina e con un bel cappello di schiuma bianca e compatta; al naso si percepiscono le note fresche ed erbacee del luppolo, sostenute dai profumi tipici dello stile che il lievito ha donato alla birra in fase di fermentazione; in seconda battuta si avverte il cereale che ritroviamo anche alla bevuta. Il gusto è asciutto e pulito, con un ingresso delicatamente amaro che lascia posto al gusto del malto pils tedesco usato in purezza per questa ricetta. Il finale lascia al palato il desiderio di berne ancora e la carbonazione leggera aiuta a rendere facile questa bevuta.
Il nome che ho scelto è "Acqua di Colonia" perché per me il loro migliore uso dell'acqua è quello di trasformarla in birra e proprio su questo ho voluto giocare sull'immagine dell'etichetta in cui, al posto della bottiglietta di profumo, sulla mensolina del bagno vi è la bottiglia di birra con il vaporizzatore. Anche questa birra rientra nella serie "Etichette d'autore" e ringrazio Sara Conte per aver sviluppato in maniera magistrale la mia idea a riguardo.
mercoledì 1 marzo 2017
5 amici, una MILF e la sua birra
Una lontana sera d'estate ero in centro a Lecce dal mio spacciatore di cervogia preferito assieme ad un gruppetto di amici di lunga data; erano gli ultimi giorni della loro permanenza in terra salentina prima di ritornare nei vari punti d'Italia dove vivono per lavorare. Ad un certo punto scatta la memorabilità: ricordando di una bevuta in quel di Londra, uno dei nostri ha tirato in ballo la visione estatica di una signora che ivi festeggiava i suoi primi 40 anni; dato che era molto piacente, nonchè vestita di nero, meritò quella sera l'appellativo (con approvazione anche del manager del locale che si era fermato con noi a bere) di MILF STOUT, giocando con il nome dello stile di birra che stavamo sorseggiando al momento: una milk stout.
A questo punto la scimmietta è partita a razzo (con la R) e abbiano iniziato a fantasticare su una nostra birra a tema. Lo stile della birra era abbastanza classico, mi ci sarei dedicato con calma a buttar giù la ricetta; ciò che in realtà è nato veramente quella sera è stato il disegno dell'etichetta.
Il tutto gioca sul fatto che le prime milk stout del '900, come suggerisce il nome, erano brassate aggiungendo del latte tra gli ingredienti. Questo aumentava il valore nutrizionale della birra tanto che essa veniva commerciata come tonico rinvigorente per gli ammalati o veniva data da bere alle puerpere per stimolare la lattazione. Attualmente al posto del latte si usa aggiungere il lattosio, lo zucchero che naturalmente si trova in esso. Per questo motivo le nostre menti contorte hanno partorito l'immagine di una donna che versa, in una pinta di stout, del latte sgorgante dal proprio seno. Immagine che ha preso vita dalle sapienti mani dell'autrice, Aurora, che ringraziamo con viva e vibrante soddisfazione.
La ricetta è piuttosto semplice, basata sulla mia stout classica a cui ho dato una drastica modifica al malto base (qui i puristi storceranno il naso) lasciando il pale solo in piccola percentuale. Questa scelta ha portato ad avere al naso un'evidente componente mielosa che va a mitigare le note tostate e torrefatte che si sprigionano all'aroma. Nel bicchiere si presenta di un bruno intenso ed è sormontata da una bella schiuma pannosa color nocciola. Al primo sorso si sente sulla lingua il leggero dolce del lattosio, subito però spazzato via dalla luppolatura; il caffè si sente ma non è predominante e l'erbaceo rende ogni sorso fresco e invitante. Gli abbinamenti consigliati sono i classici (cioccolato e dolci al cacao) ma devo dire che anche sui dolci agli agrumi si comporta egregiamente: esalta il gusto di arance e mandarini e sembra di passeggiare tra le rigogliose fronde di un agrumeto. E se volete un dolce fuori dal coro, è perfetta il birramisù!




















