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martedì 15 aprile 2025

Dunkles Bock: da Einbeck ai giorni nostri

Nella storia degli stili birrari la Bockbier ricopre una posizione importante e la sua fama viaggia per secoli ed arriva fino a noi. Siamo nel XIII secolo nella Bassa Sassonia, in Germania, nella cittadina di Einbeck; come sappiamo, la Germania è ricca di realtà birrarie locali e qui si produceva questa birra forte a bassa fermentazione, con densità superiore a 16°P ed un contenuto alcolico a partire dal 6,5% che era diventata famosa ed apprezzata su tutto il territorio ma non solo. Nel 1368, infatti, la città di Einbeck si unisce all’Hansa, un’alleanza commerciale tra diverse città di nord Europa e del Baltico ed inizia ad esportare la propria birra anche in Scandinavia, Russia, Fiandre e Britannia; il più antico documento che attesta la vendita della “Einbecker” è datato 28/04/1378.

Camminando nelle strade di Einbeck si possono notare che i portoni delle case più antiche sono di grandi dimensioni, eredità della particolare modalità di produzione birraria cittadina: gli abitanti potevano produrre e maltare il proprio orzo ma non potevano possedere un birrificio; nel momento in cui avessero voluto brassare una birra, avrebbero dovuto rivolgersi al comune, unico proprietario delle attrezzature necessarie, che avrebbe mandato il loro mastro birraio, assieme all’enorme bollitore, nelle cantine dei cittadini per svolgere la produzione e certificare la qualità del prodotto destinato poi alla successiva vendita. Al massimo dello splendore, si potevano contare oltre 700 “cantine birrifici” in tutta la città.


La fama di questa birra si è poi diffusa largamente grazie alle “recensioni positive” sia del laboratorio di medicina dell’Università di Salerno che la definì “vinum bonum” e nientemeno che da Martin Lutero, personaggio illustre ed influente del tempo, che in un discorso nel 1521 la apostrofò come “la miglior bevanda che si possa conoscere”. Anche a Monaco volevano produrre questa birra e vennero invitati a lavorare lì i mastri birrai di Einbeck; nel 1612, il birraio Elias Pichler qui trovò nuove modalità di produzione e potè fermentare la sua tradizionale birra con lieviti a bassa fermentazione come è tuttora. Con la diffusione nelle varie zone d’Europa anche il nome inizia a risentire delle storpiature locali e da “Einbeckisch Bier” si è passati al bavarese “Oanpock Bier” ed infine “ein Bock Bier” ossia “una birra Bock”. E dato che in tedesco la parola bock si traduce come caprone, ecco comparire nelle immagini dell’epoca questo animale associato alla birra di Einbeck.


Il successo, come sempre, porta all’emulazione e si iniziano a produrre anche nuove versioni di questa birra; a causa dell’alta alcolicità e dell’elevato valore nutritivo, la Bock era considerata alla stregua di un “pane liquido” che entrava nella dieta dei cristiani nei periodi di digiuno. Nascono così le versioni natalizie e pasquali “Weihnachtsbock” ed “Osterbock”, la bock per la quaresima, ancor più forte, chiamata “doppelbock” ed infine una versione più leggera da consumare a maggio, la “Maibock”. A queste si aggiunge anche una Bock prodotta in alta fermentazione con il frumento, la "Weizenbock".

Produzione

Malti: il grist prevede malto monaco (50-70%) e pils come malti base per amplificare le note di pane e cereali, a cui aggiungere un 5-10% di caramonaco per il colore e la nota caramellata; solitamente altri malti speciali non dovrebbero superare il restante 5% del totale per non sovraccaricare la birra.

Luppoli: il classico luppolo usato è l’Hallertauer Mittelfrüh, per la sua alta percentuale di umulene (note terrose, erbacee, legnose e leggermente speziate) ma poiché gli aromi di luppolo in questo stile devono essere quasi nulli, va bene un qualsiasi luppolo tedesco in amaro. 

Lievito: per questo stile va bene qualsiasi ceppo per lager, in particolare tra i liquidi il WLP 833 (German bock lager) o il WY 2206 (Bavarian lager) che esaltano le note maltate; la dolcezza della birra deve derivare da una bassa luppolatura più che da una minor attenuazione del lievito.

Acqua: trattandosi di una birra dai chiari accenti maltati, il rapporto cloruri/solfati deve tendere verso i cloruri (fino al doppio dei solfati); per esaltare e arrotondare la dolcezza dei malti si può inserire un pizzico di sale da cucina per aumentare la quantità di ioni sodio.

Brewing tips

Nonostante le Bock (clicca qui per il BJCP) presentino un forte carattere di malto, non vuol dire che esse siano dei dolcioni: le birre tedesche sono caratterizzate da una facile bevuta e purtroppo è facile cadere nell’errore di voler abbondare con i malti speciali per aumentarne la complessità.

È altamente probabile che storicamente si eseguisse un mash in decozione per rendere il profilo aromatico e gustativo molto più complesso ma se non si vuole faticare nel replicare questo lungo procedimento, può anche andar bene un single step a 67-69°C. Come già detto la componente luppolata deve essere molto ridotta e l’amaro deve integrarsi bene con il maltato pertanto il rapporto BU/GU può attestarsi tra lo 0,2 e lo 0,4.

Attenzione al processo di fermentazione: nonostante l’alto contenuto alcolico, non si devono avvertire le note calde dell’alcool; è bene partire con temperature basse durante la fermentazione ed un tasso di inoculo adeguato. Essendo una bassa fermentazione è importante non dimenticare di effettuare la pausa diacetilica verso fine fermentazione e di effettuare una lunga lagerizzazione a 4°C.

I volumi da raggiungere per la carbonazione variano da 2,2 a 2,7.

Abbinamenti gastronomici e servizio

Il corpo robusto e le note maltate della Bock la rendono compagna perfetta per piatti a base di carne, specialmente stufata o brasata, arrosto di manzo o agnello e piatti ricchi e speziati.

Anche i formaggi si prestano bene ad essere abbinati a questa birra, sia quelli a pasta morbida che quelli stagionati. Per il fine pasto si abbina a dolci alla castagna, noci o cioccolato fondente. 

La Bock va servita in un bicchiere troncoconico con stelo o nel meno diffuso bicchiere tradizionale da bock ad una temperatura compresa tra 5 e 9°C.

giovedì 10 aprile 2025

California Common: la birra a vapore

La California common, conosciuta anche come steam beer, è una birra nata intorno al XIX secolo, all'epoca della febbre dell'oro, probabilmente per mano di birrai tedeschi emigrati in America i quali erano abituati ad utilizzare lieviti lager ma, non disponendo ovviamente per l’epoca di celle frigo e considerate le temperature californiane ben diverse da quelle nord europee, iniziarono ad usare lieviti a temperature maggiori.

La “corsa all’oro” californiana ebbe inizio nel 1848, quando James Marshall, che era stato assunto per la costruzione di una segheria dal pioniere svizzero Johan Sutter, scoprì un filone del prezioso metallo. Sutter tentò di mantenere segreta la notizia ma questa si diffuse molto rapidamente e migliaia di cercatori accorsero da tutto il mondo. In questo modo nacquero in California le prime città, con l'apertura di banche, officine, saloon, bordelli. La vita dei cercatori era molto dura: si trovavano in un ambiente selvaggio, in genere lontani dalle famiglie, e molti vivevano in tende o abitazioni di fortuna. L'unico svago era costituito dai saloon, che si diffusero rapidamente. Alcuni piccoli villaggi si trasformarono in vere e proprie città, per esempio San Francisco.

Ci sono diverse teorie sul nome steam beer, una meno accreditata è legata al fatto che nel tardo 1800 si utilizzavano dei motori a vapore per produrre la birra da qui il nome “steam” che significa appunto vapore; un'altra teoria riguarda il fatto che quando veniva messo il rubinetto nella botte per servirla e l'inserimento del rubinetto provocava un getto fortissimo di gas; la teoria più accreditata e più verosimile, che poi è quella scelta anche da Gordon Strong, presidente del BJCP, è dovuta ai coolship che sono tini in cui veniva messa la birra e che produceva questo vapore che ha dato il nome a questo stile (clicca per il BJCP).

Ad oggi però "steam beer" è un marchio registrato da Anchor che è stato il birrificio che ha mantenuto vivo lo stile riprendendo la produzione dopo la fine del proibizionismo. Negli anni '60, Fritz Maytag acquistò la Anchor Brewing Company, una birreria sin dalla fine del XIX secolo. Maytag era determinato a cambiare la produzione e questa era l'ultima delle birrerie a vapore originali. Maytag chiamò vari fornitori e acquistò ciò che avevano a disposizione, quindi luppoli Northern Brewer, malti pale e crystal, lievito e così è nata la ricetta moderna.

Produzione

Malti: malto pale ale e malto crystal (max 10%) di colore medio per aggiungere colore e sapore caramellato. Altre varietà opzionali da considerare sono il malto Munich, il malto Victory e il malto pale chocolate. Questi ingredienti contribuiscono al corpo, al sapore e al colore generale della birra.

Luppoli: il luppolo storicamente utilizzato è il Northern Brewer sia in amaro che in aroma per ottenere i sentori legnosi, terrosi e leggermente mentolati tipici di questo stile. I luppoli Northern Brewer sono una varietà versatile e consolidata, inizialmente sviluppata in Inghilterra nel 1934 per Scottish & Newcastle Breweries. Coltivata per la robustezza, è diventata la preferita dai birrai grazie alle sue qualità di amaro pulito. Inizialmente coltivata in Germania, la varietà americana si distingue per un livello maggiore di alfa acidi ed un elevato contenuto di mircene che conferisce sentori di sempreverde, legno e menta.

Lievito: è prodotta utilizzando uno speciale ceppo di lievito lager che può fermentare a temperature più calde, simili a quelle della ale. Questo metodo risale alla fine del 1800 in California, quando la refrigerazione era scarsa e i birrai dovevano improvvisare per raffreddare la birra. Le opzioni di lievito più diffuse per questo stile di birra includono il lievito California Common di White Labs (WLP810) o Wyeast (2112). Questi ceppi di lievito contribuiscono alla finitura pulita e nitida della birra.

Acqua: l'acqua utilizzata per la produzione della birra California Common dovrebbe essere da neutra a leggermente dura, in quanto ciò esalterà il carattere generale della birra; profilo bilanciato con rapporto cloruri/solfati pari a 1.

Brewing tips

Nella produzione di questo stile di birra è essenziale porre attenzione alla temperatura di fermentazione: fermentare per 14gg a temperature superiori a 12°C permette lo sviluppo di esteri fruttati tipici delle ale; dopo il periodo di fermentazione iniziale, lasciare che la temperatura salga a 20°C e mantenerla a tale temperatura per tre giorni. Questa temperatura più calda contribuirà a completare il profilo aromatico e a conferire una sensazione in bocca più piacevole. Infine, abbassare la temperatura della birra a 2°C per favorire la chiarificazione.

Una particolare aggiunta è rappresentata dal chocolate rye che può conferire alcuni dei sapori tostati e caramellati. In genere, la birra ha una densità finale (FG) compresa tra 1,011 e 1,014, il che conferisce un finale relativamente secco.

Sebbene non sia eccessivamente amara, la birra presenta un amaro da luppolo da moderato a moderatamente alto (30/45 IBU), rendendola relativamente equilibrata rispetto ai sapori del malto.

Abbinamenti gastronomici e servizio

La birra California Common, con i suoi sapori ben bilanciati, si abbina eccezionalmente bene ad una grande varietà di piatti. Il colore ambrato chiaro-ambrato medio della birra e il suo profilo aromatico unico la rendono un'opzione molto versatile. 

Un abbinamento interessante è con il lombo di maiale: questo taglio di carne si presta bene ai sapori robusti e terrosi della birra, creando una perfetta armonia tra il piatto e la bevanda. Per amplificare questo abbinamento servire il lombo di maiale con un contorno di verdure arrostite o una glassa piccante.

Formaggi quali groviera, emmental, gouda e cheddar sono compagni eccellenti di questa birra; anche piatti piccanti possono bilanciarsi bene con le note terrose della birra e creare una combinazione di sapori sorprendentemente piacevole.

La California Common va servita in un bicchiere da pinta Nonic ad una temperatura compresa tra 8 e 13 °C.


mercoledì 19 marzo 2025

Dark Mild: la tenacia di una birra mite

Lo stile Mild è riconosciuto come uno tra i più famosi e apprezzati stili tradizionali britannici; ma è veramente così? La realtà ci dice che tra le prime storiche mild e quelle attuali c’è stata una continua evoluzione che tutt’ora non è completata, basta pensare che nel XIX secolo non erano scure ma birre chiare. Può quindi essere ancora considerato un “classico”? Partiamo dunque dal XVIII secolo, periodo in cui il termine mild entra nell’uso comune. La sua storia è abbastanza travagliata, preda degli eventi e dei flussi di mercato.

La parola “mild” è tradotta come “mite, delicata”, infatti le attuali mild si presentano con un basso tenore alcolico; dico attuali perché la Dark Mild come le beviamo ora esistono solo dalla seconda metà del 1900. Inizialmente la denominazione mild non era riferita ad un unico stile ma era attribuita a tutte le birre giovani e “fresche” per distinguerle da quelle “kept” che avevano già un minimo di invecchiamento. Inoltre non è raro trovare antiche birre denominate mild ma con un tenore alcolico fino a 8%alc o con una forte componente luppolata. Proprio per evitare confusione su questo parametro, specie in seguito all’ascesa di un altro popolare stile inglese (le Bitter) ad un certo punto della storia, il termine mild ha iniziato ad essere associato alle bitter meno amare per distinguerle da quelle più “bitter”.

Un ulteriore punto di evoluzione è rappresentato dall’aspetto della birra, in particolare il colore. Lo stile attualmente codificato nel BJCP è “Dark Mild” proprio per dare enfasi al colore scuro della bevanda. Questo colore però non era quello iniziale dello stile ma si è raggiunto, come già accennato prima, nella seconda metà del 1900, in concomitanza con la Seconda Guerra Mondiale. In questo periodo di austerità vi erano delle tasse più alte sulle birre più alcoliche e perciò le mild iniziarono ad essere prodotte con una concentrazione alcolica attorno al 3,5%alc; ma ciò cosa ha a che fare col colore? I birrai hanno voluto sfruttare un fattore psicologico secondo cui per la maggior parte dei consumatori un colore scuro fosse associato ad una birra più alcolica: cresce dunque l’uso di malti scuri e specialmente Crystal per aggiungere gusto e pienezza per compensare la bassa alcolicità. Tuttavia questo ha portato ad una pratica scorretta di alcuni publican i quali, approfittando del colore scuro, “riutilizzavano” le scolature dei vassoi raccogli goccia e di pinte non finite per riempire bicchieri da servire ai clienti; fortunatamente non era una pratica molto frequente ma quel poco ha contribuito a danneggiare la reputazione delle mild.

Verso il 1960 questo stile inizia a perdersi in favore delle Bitter e nel 1980 le birre bionde hanno preso il sopravvento facendo via via sparire le mild dai pub. Fortunatamente la CAMRA (Campaign for Real Ale), un'organizzazione indipendente di consumatori nel Regno Unito il cui scopo principale è promuovere la birra tradizionale inglese, ha cercato di salvare dall’estinzione questo stile anche se tutt’ora sono pochi i birrifici che la producono.

La mild, uno stile tradizionale in attesa di continua evoluzione.

Produzione

Malti: come base un buon Maris Otter con cui raggiungere l’80% della OG (sui 1040), per la restante parte si possono utilizzare malti amber, crystal e chocolate per aggiungere aromi biscottati con sfumature di caramello, di tostato e per restituire una sensazione di asciutto alla bevuta. Questi ingredienti contribuiscono al corpo, al sapore e al colore generale della birra.

Luppoli: la scelta del luppolo è molto semplice in quanto serve esclusivamente per l’amaro; qualsiasi luppolo inglese va bene per questo scopo.

Lievito: per quanto riguarda il lievito, molte mild rispecchiano il carattere inglese rivelando note fruttate e di esteri tipici di lieviti anglosassoni come ad esempio il Nottingham, l’S-04 o il Wyeast 1318.

Acqua: l'acqua utilizzata per la produzione della dark mild dovrebbe essere da neutra a leggermente dura, in quanto ciò esalterà il carattere generale della birra; profilo bilanciato con rapporto cloruri/solfati pari a 1.

Consigli utili

Nella produzione di questo stile di birra è essenziale porre attenzione alla temperatura di mash: poiché si tratta di una birra a bassa OG non vogliamo che un mash troppo beta amilasico possa portare ad una generale secchezza e pertanto faremo un single step a 67°C.

Inoltre, durante la fermentazione, bisogna evitare quanto più possibile lo sviluppo di diacetile iniziando a fermentare a 15°C e poi aumentare la temperatura verso la fine della fermentazione. Bisogna ricordare che essendo una birra a bassa OG, la fermentazione si conclude più velocemente del solito.

Ultima accortezza è la carbonazione; poiché tradizionalmente veniva servita a caduta dal cask, la carbonazione da raggiungere sarà bassa, attorno a 1,8-2,0 volumi di CO2.

Abbinamenti gastronomici e servizio

I toni maltati, con sfumature nocciolate, tostate ed i leggeri sentori di frutta passita, la rendono un abbinamento speciale per molti formaggi a pasta dura e per stufati di carne. 

Inoltre, essendo la tipica birra da pub inglese, perchè non abbinarla ai classici food da pub quali shepherd pie o scotch egg, steak and chips o salsicce varie.

Grazie ai suoi sentori delicati, questa birra è anche facilmente abbinabile a qualsiasi dolce a base di cioccolato o che contiene caramello salato.

La dark mild va servita in un bicchiere da pinta Nonic o una pinta classica ad una temperatura compresa tra 12 e 14 °C.

Cliccando qui potrete vedere la mia mild!


domenica 16 giugno 2024

Il Gin al sapore di scogli

Il 2024 si apre con una novità: non solo fermentazioni ma anche distillati in casa Ninkhasi!! Esatto, il "level up" nasce quasi per caso grazie ad un collega che mi ha chiamato nella sua scuola per fare un paio di lezioni, una sulla fermentazione ed una sulla distillazione. E da quel punto mi è partita la scimmia e ho deciso, dopo studio e ricerca, di prendere un distillatore e iniziare questa nuova avventura!!

Dato che uno dei miei distillati preferiti è il gin, ho voluto iniziare con un gin che potesse esprimere la territorialità e la prima cosa che mi è venuta in mente è stato il profumo che mi accoglie ogni volte che mi reco al mare sugli scogli... Qui crescono selvagge e impertinenti le botaniche che ho usato per dare complessità a questo distillato: finocchietto di mare (o critmo), rosmarino, capperi e fichi...

È bastata una passeggiata sulle coste scogliose delle marine più incontaminate della costa ionica del Salento per raccogliere tutti gli ingredienti: il critmo (Crithmum maritimum) è una pianta della famiglia delle ombrellifere che è particolarmente aromatica e delicata; del cappero (Capparis spinosa) che cresce rigoglioso anche tra i muretti a secco ho deciso di usare le infiorescenze; il rosmarino (Salvia rosmarinus) è una delle spezie più usate in cucina e riempie di profumo le coste dei nostri mari così come il profumo degli alberi del fico (Ficus carica) ti accoglie nelle calde giornate estive; di quest'ultimo ho scelto di usare le foglie più verdi e tenere.

Spirito di Maestrale si rivela subito fresco al naso con le note erbacee di fico e capperi che si armonizzano tra loro donando un retrolfatto evocativo dell'ambiente da cui provengono; al gusto si percepiscono le sfumature salmastre del critmo e l'erbaceo del mix di botaniche.

Un fiore di cappero

 

Il critmo

Le botaniche caratterizzanti

giovedì 6 gennaio 2022

English IPA: profumo di storia, ricordi di gioventù

Le English IPA sono delle birre ricche di storia; la loro origine affonda nella ormai smentita leggenda del trasporto nelle Indie delle birre inglesi a cui venivano aggiunte grandi quantitativi di luppoli per non marcire durante il lungo viaggio. Questo stile ha poi un posto particolare nei miei ricordi quando, ancora agli inizi della mia avventura da homebrewer, ho cominciato lo studio per stilare la ricetta di una mia nuova birra. Ricordo quando quasi dieci anni fa piantai le prime piantine di luppolo a casa mia; erano delle piante di Fuggle e decisi di preparare una English IPA in cui poter utilizzare il raccolto dele piantine in un copioso dry hopping. Col passare del tempo però, le piantine non hanno dato il loro sperato frutto e questa birra è rimasta "fuori produzione" per 8 anni. In un panorama come quello odierno in cui le IPA americane agrumatissime e resinose con le loro note tropicali intense ne fanno da padrone, ho deciso quindi di ritornare a brassare una birra che possa far affiorare i ricordi dei tempi che furono già solo al primo sorso.

Nella mia ricetta ho voluto esaltare i luppoli che hanno reso grande l'Inghilterra e, come scritto prima, ho voluto fare un intenso dry hopping con il Fuggle, una varietà nobile usata principalmente in aroma con le sue caratteristiche note erbacee e floreali. La licenza che mi sono concesso è invece nella scelta dei malti in cui ho volutamente sostituito il Crystal (onnipresente nelle IPA inglesi) dopo aver capito, in diverse cotte, che il suo gusto altamente caratterizzante non mi piaceva per nulla; al suo posto ho preferito un malto caramellato meno invadente e che ben si abbina alla delicatezza degli aromi.

Alla vista appare ambrata con sfumature ramate, sormontata da un bel cappello di schiuma color avana; al naso è il Fuggle che predomina ma senza essere aggressivo: il "formaggioso" tipico quasi non si nota, ben amalgamato con il floreale e l'erbaceo; nel retrolfatto poi si presenta una lieve sfumatura tostata. All'assaggio la prima cosa che sentiamo è l'amaro deciso ma delicato che lascia spazio alla crosta di pane e alle note dei luppoli inglesi. Il quantitativo alcolico è ben nascosto da una bevuta facile, leggera e mai stucchevole.

Per quanto riguarda l'etichetta ho voluto giocare con le note punk che hanno caratterizzato la cultura inglese degli anni '70-'80 sfruttando l'effetto murales. Il nome di questa birra è Jack-o, un mix che richiama la Union Jack, la bandiera britannica che ho usato come sfondo, e la lucertola che da noi è sempre presente in ogni sera d'estate mentre in giardino sorseggiamo una buona birra, il geco, che in molte culture è segno di buon auspicio. GOD SAVE THE BEER!!

mercoledì 7 aprile 2021

Aromi salentini: birra allo smirnio


Lo smirnio (o corinoli o sedano selvatico) è una pianta spontanea tipica dell'area mediterranea; la sua caratteristica risiede nell'aroma e nel gusto molto particolari. È decisamente difficile poter spiegare a chi non lo avesse mai provato quali profumi e sapori possiede. A me ricorda molto la mirra, la citronella, il finocchietto selvatico con un mix di balsamico e floreale: ogni volta che annuso un'infiorescenza si scatena nella mia memoria olfattiva un turbinio di ricordi che però difficilmente riesco ad abbinare.

Questa pianta era apprezzata in cucina già ai tempi dei romani tuttavia io non ne conoscevo l'esistenza fino a qualche mesetto fa quando Lidia me ne portò un mazzetto da assaggiare. Nel suo giardino ne cresce a foreste e nel suo paese sono soliti consumarlo lesso oppure fritto. Il gusto è altrettanto caratteristico, scompaiono alcune delle fragranze descritte prima per far posto a dei sentori più erbacei ma nonostante tutto eleganti e morbidi.

Proprio per queste caratteristiche peculiari dello smirnio, mi è stato proposto di renderlo un ingrediente caratterizzante per una delle mie birre ed io ho accettato la sfida. Per onorare tutte le sfumature che tale piante offre, ho deciso di fare una triplice infusione sia a freddo che a caldo; inoltre non ho tralasciato l'uso dei semi che già da soli donano un profumo incredibile.

Come caratteristiche per la birra ho scelto di restare sul neutro con una base di pils con un tocco di carared per accentuare la sfumatura di colore, ed una luppolatura ai minimi termini in cui ho usato il warrior, un luppolo americano che mi ricorda alcune delle nuance dello smirnio. Mi sono mantenuto basso in amaro dato che lo smirnio stesso lascia una nota amara ben decisa. Come lievito ho optato per un lievito kölsch che esalta le note speziate e floreali.

Alla vista si presenta di un bel colore ambrato, con sfumature rubino, e con una schiuma bianca abbondante e compatta. Al naso emergono le dolci note floreali e fruttate di questo ingrediente magico, con ricordi di frutta gialla, di zenzero e citronella; al gusto gli aromi vengono confermati ed amplificati con un rimando al miele e ai fiori di zàgara mentre la bevuta rimane piacevole e mai stucchevole.

Il nome che ho scelto per questa birra è Zivirnia che è uno dei nomi usati nel Salento per indicare lo smirnio.



martedì 8 dicembre 2020

Una birra "de finibus terrae"


In molti l'avrete sentita nominare almeno una volta e sicuramente non vi sarà sfuggita l'occasione per andare a fare un giro sul suo lungomare ed osservare l'orizzonte dall'alto del suo faro; parlo del luogo che è al sud del Salento, la bella cittadina di Santa Maria di Leuca. Famosa per le sue coste alte frastagliate dove si incontrano in un abbraccio amichevole i due mari che la bagnano, Jonio e Adriatico.

La natura delle sue coste la rende particolarmente ricca di strutture naturali meravigliose quali grotte (tra cui ricordiamo la grotta del Diavolo, quelle del Drago e grotta Porcinara) e insenature dove, specie in estate, una moltitudine di gente va a rinfrescarsi e magari pescare qualche buon riccio di mare da assaporare con gli amici sorseggiando una buona birra.

Vista aerea della Grotta Porcinara

Da secoli gli abitanti dei dintorni, e non solo, sono stati attratti da questi paesaggi incantevoli e a tratti incantati e, si sa, la fantasia popolare ha fatto nascere tante leggende per rendere ancora più magica la bellezza che la natura ci ha offerto. Una di queste leggende racconta infatti l'origine della cittadina di Leuca e di due delle punte più famose e ammirate anche ai nostri giorni. Scommetto che forse non la conoscete ed ora ve la racconto io.

I protagonisti di questa storia sono una sirena e due giovani innamorati. Si, lo so, vi ricorda l'inizio di altre leggende marittime ma alla fine tutto il mondo è paese. 

Allora, dicevamo... C'era una volta una sirena chiamata Leucasia il cui nome deriva dal termine greco che indica il bianco, nonchè la schiuma del mare; era molto bella, dalla pelle bianca e dalla spumeggiante chioma bionda (chissà quanto spendeva di crema solare); non è propriamente la tipica bellezza mediterranea che potremmo aspettarci ma probabilmente la madre era una turista tedesca.

Durante una delle sue nuotate mattutine notò un giovane pastore di nome Melisso che era sceso al mare per rinfrescarsi un po'.

La bianca schiuma che lambisce il Molo degli Inglesi

Melisso era un ragazzo solare, sempre allegro, salutava tutti ed era anche molto bello, ma così bello che Leucasia se ne invaghì perdutamente. Allora, per poterlo conquistare, iniziò a fare ciò che le sirene fanno in questi casi: intonare una melodia ammaliante per poterlo attirare a se. Questo canto però non sortì alcun effetto sul giovane poiché, per quanto possa essere bella una sirena almeno dall'ombelico in su, il giovane era già perdutamente innamorato di una fanciulla di nome Aristola. A Leucasia questa storia non scendeva proprio e allora iniziò a tormentarsi sempre più. Un giorno i due innamorati decisero di scendere in spiaggia per fare una passeggiata romantica; richiamata dalle risate dei giovani la sirena li vide ed invidiosa della loro felicità si arrabbiò facendo scatenare una violenta tempesta che li risucchiò nei flutti del mare annegandoli. E dato che Leucasia non era per nulla sadica e vendicativa, come ulteriore cattiveria, decise di separare i due corpi in due punti lontani della spiaggia in modo che non potessero mai più stare vicini.

Il fato volle che la dea Minerva era lì vicino a passeggiare tra gli ulivi a lei sacri e raccogliere qualche cicoria riesta da fare con le fave per pranzo quando, disturbata da questo trambusto, accorse a vedere la tristissima scena. Mossa a pietà verso i due giovani decise di donar loro l'immortalità tramutandoli in rocce che tutt'ora possiamo osservare: sono Punta Mèliso e Punta Ristola, una di fronte all'altra senza mai potersi toccare se non nell'abbraccio dell'insenatura che custodiscono. Si, lo so, poteva sforzarsi un poco di più la cara Minervina, ma ehi... Non le ho scritte io le leggende! 


Ah, dimenticavo Leucasia; la povera sirenetta oramai calmatasi dall'ira funesta, dopo essersi resa conto del terribile gesto appena compiuto, colta dal rimorso pregò la dea Minerva di tramutare anche lei in pietra e divenne così la più bianca delle rocce, per l'appunto Leuca. Infatti posiamo ammirare, ai piedi della cascata monumentale, una scultura della sirena che silenziosamente fa da guardiana al porto.

Ma tutto questo cosa ha a che fare con la birra? Beh, presto detto... Un bel giorno Mario e Tina mi hanno chiesto di realizzare per loro ed i loro amici una birra da poter gustare in riva al mare (sine, non è stagione, ma il mare d'inverno ha il suo perché, sta pure nelle canzoni) e, nello studio per l'etichetta, tra le varie bellissime foto della costa di Leuca che mi ha inviato, ho voluto scegliere questa che rappresenta una scultura in pietra leccese, tipica del nostro Salento, posta proprio su punta Ristola e dedicare quindi la mia birra alla giovane fanciulla di cui ancora non conoscevo la leggenda.

La scultura di Punta Ristola
La birra invece è, come per i due mari, l'incontro di due tradizioni brassicole che uniscono i malti del vecchio continente con i luppoli americani; questo crocevia di lingue e tradizioni che da sempre ha caratterizzato i porti del Salento lo possiamo ritrovare in questo prodotto in cui alle sensazioni agrumate e resinose dei luppoli fanno seguito i sentori di miele e di crosta di pane. All'aspetto si presenta con una schiuma bianca e compatta e con un colore dorato intenso con sfumature ambrate.